Editoriale del 24 giugno 2026
Se il degrado chiama altro degrado
Esiste un principio sociologico, ampiamente studiato e richiamato nell’urbanistica moderna, noto come la “Teoria delle finestre rotte” (Broken Windows Theory). Formulato negli anni Ottanta dagli scienziati sociali Wilson e Kelling, il concetto è tanto semplice quanto spietato: se in un edificio viene lasciata una finestra rotta senza che nessuno si preoccupi di ripararla, in breve tempo tutte le altre finestre verranno infrante. Questo accade perché l’incuria lancia un messaggio visivo devastante e immediato: «a nessuno importa di questo posto». Da quel piccolo segnale si innesca un circolo vizioso in cui il disordine chiama altro disordine, l’abbandono chiama altro abbandono, allontanando la comunità e impoverendo la qualità sociale e la sicurezza del contesto urbano.
Guardando alla situazione recente di Bastia Umbra, è purtroppo difficile non ravvisare i sintomi di questa pericolosa dinamica. Sempre più spesso la nostra città sembra mostrare i segni di un progressivo e preoccupante cedimento sul fronte del decoro di quelle opere nate, al contrario, per renderla più bella e vivibile. Parliamo di marciapiedi sconnessi, di aiuole non sempre curate a dovere, di percorsi naturalistici con panchine e staccionate divelte, di cantieri abbandonati e, non ultime purtroppo, delle nostre fontane.
L’esempio più emblematico e doloroso si consuma sotto gli occhi di tutti nel prato della Rocca Baglionesca, uno degli spazi più interessanti della nostra comunità, ricco di una storia millenaria e ambientazione suggestiva per concerti e manifestazioni. In questo cuore pulsante cittadino, le lastre di vetro che dovrebbero rappresentare il percorso d’acqua dell’antico canale dei Mulini sono da tempo infrante. Alla fontana della Rocca, ormai spenta e non funzionante da oltre un decennio, e a quell’acqua che ha smesso di scorrere sotto le vetrate calpestabili, si è aggiunto di recente un ulteriore e intollerabile livello di incuria.
Negli ultimi giorni la situazione è persino peggiorata, spingendo l’amministrazione a segnalare la criticità con i birilli stradali di plastica rossa e bianca per evidenziare il pericolo. Vedere quei birilli nel cuore della nostra storia fa male. Se da un lato l’intervento tutela l’incolumità dei passanti, dall’altro certifica plasticamente una resa (speriamo temporanea) al degrado, trasformando un gioiello urbano in un cantiere in attesa di manutenzione.
Sarebbe tuttavia fin troppo facile – e parziale – scaricare l’intera responsabilità solo su chi è rimasto indietro con i compiti della manutenzione. Il circolo vizioso delle “finestre rotte” si alimenta anche della nostra distrazione, o peggio, dell’indifferenza di chi quel vetro lo ha infranto o di chi assiste senza indignarsi. La cura della città deve essere un patto collettivo. Se le istituzioni hanno il dovere primario di intervenire con prontezza per riparare le prime crepe prima che il contagio si allarghi, noi cittadini dobbiamo riscoprire l’orgoglio e la responsabilità di custodire ciò che è di tutti. Un bene pubblico non è di “nessuno”, è di ciascuno di noi.
Spegnere i simboli della città, del resto, significa spegnerne progressivamente l’identità. È un tema centrale per il nostro futuro, che merita un’analisi profonda. Non a caso, nel prossimo numero di Terrenostre in uscita questa settimana, un dettagliato articolo a firma di Giuseppina Fiorucci affronterà proprio questa specifica e preoccupante tendenza: lo spegnimento e la progressiva chiusura delle storiche fontane di Bastia che, una dopo l’altra, stanno scomparendo per assenza di manutenzione e che, laddove nuove, non hanno saputo avere la forza di catturare lo sguardo e l’interesse del cittadino.
Non dimentichiamolo: Bastia è nata come una città d’acqua. Sorta sulle rive dell’antico lago Tiberino, lambita dal Chiascio e dal Tescio, ricca di pozzi e sorgenti, la nostra comunità ha tratto proprio dalle acque la forza e il sostentamento per nascere, crescere e forgiare una società prima agricola, poi industriale, moderna e produttiva. Amiamo le nostre fontane perché sono molto più di un arredo urbano: sono l’eco della nostra storia.
Siamo ancora in tempo per invertire questa rotta. Sostituire quei birilli stradali alla Rocca Baglionesca con un cantiere di effettivo ripristino sarebbe il primo, fondamentale segnale per dire a tutti che a Bastia Umbra la memoria e la bellezza contano ancora. E che nessuno è disposto a lasciarle andare in frantumi.
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di Claudia Lucia
(© Riproduzione Riservata)



Virgilio Piermaria
Uno scrittore classico, tale Lucio Anneo SENECA scrisse: “Certi momenti ci vengono strappati via, altri ci vengono sottratti furtivamente e altri ci sfuggono senza che ce ne accorgiamo. Tuttavia, la perdita più vergognosa è quella che avviene per nostra negligenza.” Questa visione positiva della causa del degrado a cui assistiamo spinge a trovare soluzioni. Certo è che non parliamo di un fenomeno locale o territoriale. Con forme e cause differenti incuria e degrado sono una realtà globale! Cosa significa, come ci riguarda? Visto che non siamo i “primi” ad esserne investiti altre menti, leader, paesi avranno provato modi per indurre una consapevolezza che rovinare qualcosa di pubblico, danneggia tutta la società. Questi metodi messi in campo NON HANNO FUNZIONATO. Sembra che agiamo verso la “res publica” come quando si guida l’auto: se vediamo o ci segnalano una pattuglia di carabinieri o un autovelox allora tutti ligi nei limiti; passato il controllo si torna ai comportamenti da giungla di asfalto.
Siamo allora senza speranza? Sì se lasciamo andare le cose come stiamo facendo: non ci sono più codici di riferimento (valori morali), persone di riferimento (genitori, professori, autorità) dando un’interpretazione molto fuorviante alla storica e scientifica frase del TUTTO E’ RELATIVO che dovrebbe rimanere invece confinata alla “fisica quantistica”. Avendo invece sdoganato questo concetto del relativo a ogni aspetto della vita abbiamo creato una società in cui ciascuno per gioco, per noia, per quello che vuole o che non vuole si sente libero/a di rompere, rovinare, distruggere, ferire persino … uccidere. La morale di quanto descritto per me è: se lo specchio mi mostra calvo non è colpa sua se sono senza capelli.
Esiste una soluzione? Sì ma è utopica. Perchè? Chi anteporebbe il bene comune prima di pensare a se stesso o se stessa? Chi sarebbe disposto/a a rinunciare a privilegi personali per essere UGUALE agli altri? Chi dividerebbe un capitale a 7, 8, 9 zeri per un bene comune? Chi rinuncerebbe ad un lavoro che piace e molto ben pagato per stare a casa con i suoi “adorati” piccolini? Siamo capaci, per fare le vacanze COME VOGLIO IO, ad abbandonare animali che abbiamo voluto avere noi in casa! Siamo arrivati al punto di ucciderci in famiglia, di abbandonare bimbi in auto sotto il sole e dire … ops mi sono dimenticato/a ero troppo stressato, andavo di fretta. Guidiamo senza prestare attenzione usando il telefonino, investiamo persone senza averne coscienza e, ciliegina sulla torta, frodiamo o tacciamo incassi non tracciabili per pagare meno tasse.
Ma davvero quello mostrato dalle foto è vero degrado? …
Non dico di lasciare perdere o ignorare ma parliamo solo della punta di iceberg di dimensioni enormi. Apprezzo e lodo la sig.ra Lucia Di Claudia per aver sollevato la questione. Distinti saluti