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	<title>Rino Casula &#8211; Terrenostre</title>
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	<title>Rino Casula &#8211; Terrenostre</title>
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		<title>&#8216;La Bastiola, una parte di Bastia&#8217;. Intervista a Vasco Ridolfi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rino Casula]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 15:16:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bastia Umbra]]></category>
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					<description><![CDATA[Per soddisfare il desiderio di alcuni nostri concittadini che, dopo aver letto i racconti sulle origini e abitudini di Ospedalicchio e di Costano, avrebbero gradito ricerche anche su La Bastiola, ho pensato di intervistare uno dei nativi, l’amico Vasco Ridolfi, discendente di una delle famiglie più antiche e più numerose del luogo. “Nel secolo XVI, per iniziativa del Papa Paolo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per soddisfare il desiderio di alcuni nostri concittadini che, dopo aver letto i racconti sulle origini e abitudini di Ospedalicchio e di Costano, avrebbero gradito ricerche anche su La Bastiola<strong>, ho pensato di intervistare uno dei nativi, l’amico Vasco Ridolfi, discendente di una delle famiglie più antiche e più numerose del luogo.</strong></p>
<p>“Nel secolo XVI, per iniziativa<em> del Papa Paolo III, venne costruito il Ponte sul Chiascio al fine di collegare agevolmente Assisi con la città di Perugia. Ma prima di quella realizzazione come si attraversava il fiume?</em>”</p>
<p>Dai racconti che facevano in passato alcuni anziani di Bastiola, risulta ci sia stato nell’antichità un ponte in legno che periodicamente veniva travolto dalle acque del Chiascio e che gli abitanti della zona, ogni volta, provvedevano a riparare e rimettere in funzione. Questa passerella serviva solo per far transitare le persone e qualche animale. I Papi dell’epoca, sotto il cui governo era anche Bastia, ritennero di risolvere definitivamente il problema costruendo un grande ponte, capace di sopportare tutti i carichi in transito. Così nacque il Ponte de La Bastiola.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-80698" src="https://terrenostre.netdev.tech/wp-content/uploads/2021/04/BASTIA-Ponte-di-Bastiola-anni-50.png" alt="" width="1024" height="652" /></p>
<p><strong>La Chiesa di San Nicolò sembra sia stata “<em>ricostruita poco prima del 1708</em>”, scrive lo storico assisano Antonio Cristofani. Fu una antica realizzazione della famiglia Ridolfi, oppure ne acquisì la proprietà? Per quanti anni ne ha curato la manutenzione e la gestione per le celebrazioni domenicali e per la recita del Rosario nel Mese Mariano? Chi conosce la Chiesetta di San Bartolo, di cui dovrebbero esserci ancora dei resti sulla proprietà Santucci? </strong>&#8211; Notizie sulla costruzione della piccola Chiesa di San Nicola le rimando alla scheda compilata dalla Dott.ssa Teresa Morettoni in occasione dell’ultima sistemazione avvenuta nel 2019. “<em>Venne edificata probabilmente dopo l’anno Mille e nei secoli ha più volte cambiato denominazione. Il primo documento catastale risale al 1354, dove viene denominata “Santus Nicolaus de Ponte Claxi</em>”. <em>Originariamente era inglobata in un ospedale, detto “Hospitale Pontis Chiascii”. In seguito risulta iscritta in un inventario del 1593, indicata come “San Nicolò dell’Isola Romana”, soggetta alla Pieve di Sant’Angelo.”</em></p>
<p><strong>Veniamo al nostro amico e lettore di Terrenostre Vasco Ridolfi che ci racconta&#8230; </strong>– Riguardo alla proprietà della chiesa, pervenne a mio nonno Armeno Ridolfi (Stefano), per legittima successione alla morte del padre Alessandro, negli anni trenta. Dai ricordi di mia cugina Orfella Plini, risulta che vi si recitava il Rosario nel Mese Mariano, con l’intervento di zia Ada Ridolfi, della sacrestana Verdiana e di Stefanina Ansideri. Nel primo dopoguerra, per interessamento della famiglia Minciotti, iniziarono le celebrazioni domenicali, officiate prima da Don Otello Migliosi, nostro parente, in seguito dal viceparroco Don Angelo Lolli e dal Priore Don Gabriele Tiradossi; nei tempi successivi da Padre Ambrogio di San Damiano e, infine, dal Priore Don Francesco Fongo. Terminarono con l’inaugurazione della Chiesa di Cristo Redentore al nuovo Cimitero comunale. Quando era Priore Don Luigi Toppetti la chiesa venne ampliata e rimodernata per creare più spazio ai tanti fedeli e per esigenze dettate dal Concilio Vaticano II: gli ultimi interventi sono stati eseguiti per interessamento del Parroco di San Marco Don Francesco Santini, in particolare con il restauro della Pala dell’Altare con San Nicola di Bari e di alcune statue e quadri. Della Chiesetta di San Bartolo ho vaghi ricordi, solo che era una piccola costruzione sulla proprietà Santucci, da tanti anni dismessa. Era una delle tante Chiese edificate nel territorio di Bastia nel diciannovesimo secolo.</p>
<p><strong>Fino a pochi anni fa Bastiola non era iscritta dall’ISTAT come frazione. Io so che nell’anagrafe risulta ancora indicata come “Via Bastiola”, mentre tu mi dicesti che avrebbe avuto una diversa classifica, che cosa ne sai? </strong>&#8211; Mi risulta che Bastiola era<br />
una delle tre frazioni di Bastia e che è stata inglobata a Bastia, ma non so da quanto tempo. (<em>N.d.r. &#8211; A questa risposta, come intervistatore mi sono voluto accertare in Comune e mi è stato confermato che la zona si chiama sempre Via Bastiola e non è mai stata classificata come frazione, quindi è una parte di Bastia</em>).</p>
<p><strong>Nella piazzetta dopo il vecchio Bar Cormanni, in prossimità di un piccolo ristorante, c’è una immagine sacra un po’ trascurata: a chi è dedicato quel sito? </strong>&#8211; Nel 1996 è stato sistemato su interessamento di Assunta Caldari e di altri bastioli; vi è stata inserita una Immagine della Madonna, di proprietà della stessa. Secondo i suoi parenti, per lei aveva un forte valore affettivo, ma non ho potuto appurare altro sulle origini di quel sito.</p>
<p><strong>Credo che l’edificio più imponente e antico del vecchio agglomerato urbano de La Bastiola sia il Palazzo Pascucci. A che epoca risale la sua edificazione e chi era il Prof. Giuseppe Pascucci? </strong>– Vi sono due palazzi appartenenti ai Pascucci. Quello sulla sinistra, venendo da Bastia, è ottocentesco; l’altro sulla destra, ora di proprietà dei fratelli Giacchetti, è ancora più antico. I Pascucci lo acquistarono, dopo la prima guerra mondiale, dalla vedova del Conte Antonelli di Roma, che dovette venderlo per il dissesto finanziario subito in seguito alla rivoluzione russa. Infatti la Contessa perse tutto il suo patrimonio terriero in quel paese. Il suo cocchiere, Michele de Moscone, raccontava che per attraversare quei possedimenti impiegava più giorni con i cavalli al trotto. (queste ultime notizie le ha ricordate Carlo Bizzarri, ricercatore di antichi siti e costumi). Del Prof. Giuseppe Pascucci so solamente che era un proprietario terriero.</p>
<p><strong>Le aule della Scuola Elementare, prima che il Sindaco Francesco Giontella facesse costruire il nuovo edificio scolastico, erano nella casa del Dottor Edgardo Giacchetti, con uscita diretta nella pericolosa strada statale ex 75 Centrale Umbra. Tu hai avuto modo di conoscere quei locali? </strong>&#8211; Quel palazzo era di proprietà di un ramo della famiglia Pascucci. Una delle figlie, Francesca (Farmacista), sposò il Dottor Edgardo Giacchetti (Veterinario). Le lezioni si tenevano al primo piano: tre ambienti adibiti ad aule e un quarto, di servizio, era usato dalla bidella. Durante i primi due anni del periodo in cui ho frequentato (1951/ ’56) la mia aula era in un ampio locale, forse il salone del “piano nobile”, che dava sulla strada statale; era riscaldato da un camino posto al centro di una parete. Il gabinetto era al piano terra, sul retro, mentre la fontanella per lavarsi era all’esterno. Ricordo la fontanella, perché la Maestra della prima elementare, dopo la preghiera, faceva la “rivista igienica”, incluse le orecchie: chi veniva trovato non a posto, doveva scendere fuori a lavarsi. Le aule erano solo tre, per cui venivano costituite per forza le pluriclassi: la prima e la seconda insieme, la quarta e la quinta insieme; la terza era sola. C’era un bel giardino con tanti alberi, ma era proibito vagare dentro quando andavamo al bagno. Prima dell’attuale edificio scolastico, il Sindaco Umberto Fifi fece costruire un piccolo fabbricato da adibire a scuola, ma non venne mai utilizzato perché ritenuto inadatto per le modeste dimensioni e per la posizione pericolosa a causa del traffico.</p>
<p><strong>Il palazzo Galletti, dove ora c’è il Ristorante “LaVilla”, era la sede degli uffici delle Fornaci di laterizi. La ciminiera di quella fabbrica è stata abbattuta il 5 aprile 1975. Alla fine dell’ultima guerrasembra ci siano stati depositati esplosivi da partedelle truppe tedesche prima di ritirarsi, ne hai sentito parlare? </strong>&#8211; La Villa Galletti era abitata dalla madre dell’Ingegnere Dante Galletti, mentre lui aveva la sua dimora nella villa a San Marco di Perugia, dove era ubicata anche una delle sue due fornaci di laterizi. Ricordo che si diceva che qui c’erano due o tre fornaci a conduzione familiare che, però, vennero soppiantate da quella di Galletti, allora più moderna con il sistema Hoffman; lo stesso proprietario aveva costruito anche delle abitazioni per i suoi operai. Ai miei tempi la fornace non era più in funzione, venivano soltanto venduti i laterizi prodotti nelle due fabbriche di San Marco e di Piscille. Ho sentito parlare da ragazzino di esplosivi lasciati dentro la fornace stessa. Ho saputo che lì si erano accampati soldati indiani, facenti parte dell’esercito inglese di liberazione, arrivati dopo il 22 giugno 1944 e che ebbero buoni rapporti con la popolazione di Bastiola, data la loro indole pacifica. Ma non so chi abbia lasciato quegli esplosivi.</p>
<p><strong>Da qualche anno a Bastiola è stato scoperto un Sito Archeologico, sulla strada vicinale &#8211; già di San Biagio &#8211; indicata come Via Augusto Renzini. A quale tempio si possono riferire le mura riscoperte, a qualche divinità, oppure si trattava di un luogo d’incontro della popolazione? </strong>&#8211; Il sito archeologico di via Renzini ha messo in evidenza un sepolcreto altomedievale, probabilmente longobardo, in uso prima dell’anno mille. Tombe di oltre due metri, con all’interno scheletri, furono rinvenute negli anni ’50 del 900, in occasione dell’impianto di un frutteto, come riferisce Carlo Bizzarri.</p>
<p><strong>Secondo il comune modo di intendere, fino a dove si estende la zona denominata Bastiola e comprende anche le abitazioni lungo la Strada Statale e verso la Provinciale per Petrignano?<br />
</strong>&#8211; Bastiola si sviluppa lungo due assi che formano un quadrivio: uno, l’asse Est-Ovest, comprende Via Bastiola e Viale del Popolo (S.S.147 Assisana) con le relative traverse; l’asse Nord-Sud si snoda su Via Enrico Mattei (Provinciale Petrignanese), compreso il Ceppaiolo e Via San Bartolo con le sue traverse. Prima della forte espansione urbanistica di Bastia, a partire dagli anni cinquanta, corrispondeva all’attuale Via Bastiola, che terminava con la Villa Galletti. Andando verso Ospedalicchio l’ultima casa era quella di Candido Gorietti, oltre ad una casa colonica internata verso ovest, su un podere di Aldo Bianchi, in fondo all’attuale via Marzabotto. Altri confini sono dettati dal fiume Chiascio e dalla ferrovia. La maggior parte delle abitazioni sulle traverse sono state costruite tra la fine degli anni cinquanta e il sessanta.</p>
<p><strong>Tempo fa descrissi su questa rivista il gran numero di negozi esistenti nel centro storico di Bastia intorno agli anni sessanta. Anche a Bastiola c’erano vari negozi, mi ricordo un bar, un generi alimentari, alcune botteghe artigiane; che fine hanno fatto? Sapevo anche di una lavorazione tabacchi e di un piccolo circolo ricreativo? &#8211; </strong>Importante era il Tabacchificio SO.PRO.TA. (Società Produttori Tabacco), fondato, dopo la prima guerra mondiale, da un gruppo di possidenti terrieri, tra cui la famiglia Pascucci, in seguito rilevato da Giontella. Era ubicato al piano terra del palazzo Pascucci, poi su un capannone costruito subito dietro ad esso. Era una fonte economica non indifferente che raccoglieva operaie provenienti anche dai paesi limitrofi. Il Circolo ricreativo ha funzionato per un lungo periodo, aderiva ad un’Associazione di Circoli a livello Nazionale; era ubicato ai piedi del ponte presso l’abitazione Ansideri. Era aperto tutto l’anno, ma aveva il suo clou con i “Veglioni di carnevale” e l’elezione della Reginetta. All’interno vi era un piccolo palco con ai lati due dipinti raffiguranti vedute di Bastiola ed al centro un Pierrot con una<br />
falce di luna. All’esterno un bellissimo pioppo, con una foltissima chioma rotonda, ombreggiava la sottostante pista da ballo, utilizzata d’estate. È stato abbattuto pochi anni fa. Ora il Circolo si trova in piazza Giacchetti, dove c’era il lavatoio e l’abitazione del netturbino. A proposito del lavatoio, prima che venisse costruito dal Comune le donne del posto andavano a lavare i panni nel<br />
Chiascio, a valle del ponte dopo la “chiusa”, usando come appoggio grosse pietre e stando in ginocchio. Locali commerciali ne esistevano di vario genere lungo la via: venendo dal ponte, sulla destra, vi era il Bar Cormanni; nella piazzetta successiva il negozio dell’ortolano Marziale Rosignoli, padre di due sorelle andate in spose ai Fratelli Mario e Villy Franchi, dei casalinghi “Terenzio e Mariettina”. Più avanti a sinistra vi era un forno gestito da Antonini, poi sostituito dal generi alimentari di Giuseppe Zeppoloni. Sempre sullo stesso lato alimentari da Checchino e poi la macelleria Marini; prima di Galletti, l’ortolano Mangialasche. Le botteghe di artigiani erano quelle dei due calzolai, Umberto e Gino; due falegnami, Tirolo e Checchino; il fabbro Cencino. Inoltre vi erano tre allevamenti di mucche da latte, che servivano le case dei bastioli; alcuni pollivendoli che smerciavano polli, uova, conigli e servivano anche la Capitale. Per ultimo bisogna citare una istituzione: il barbiere Pietro Nasini, sempre pronto al taglio, ai piedi del nostro Ponte.</p>
<p><strong>La Redazione ringrazia Vasco per la sue preziose testimonianze nel descrivere questi luoghi, di cui molti abitanti poco conoscevano i passati trascorsi. Così come ringrazia anche Carlo Bizzarri per la collaborazione.</strong></p>
<p><strong>ARTICOLO PUBBLICATO SU <a href="https://terrenostre.info/2021/03/terrenostre-marzo-2021/">TERRENOSTRE – NUMERO DI MARZO 2021</a></strong></p>
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		<title>La sede del Municipio di Bastia e l’Artistico Cancello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rino Casula]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2020 14:25:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualita]]></category>
		<category><![CDATA[Bastia Umbra]]></category>
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					<description><![CDATA[L’imponente cancello, smontato e rimosso dal cantiere, potrebbe non essere riposizionato. Era un giorno qualunque del 2013 quando incontrai per caso Francesco Brufani, il Direttore del mensile Terrenostre, che conoscevo solo di vista. Mi fermò, sapendo che avevo per vari anni scritto cronache sul settimanale La Voce ed anche varie memorie; mi chiese se ricordavo com’era suddivisa la Vecchia sede]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-73049 aligncenter" src="https://terrenostre.info/wp-content/uploads/2020/04/comune-bastia.jpg" alt="" width="650" height="320" /></p>
<h5><strong><br />
L’imponente cancello, smontato e rimosso dal cantiere, potrebbe non essere riposizionato.</strong></h5>
<p>Era un giorno qualunque del 2013 quando incontrai per caso Francesco Brufani, il Direttore del mensile Terrenostre, che conoscevo solo di vista. Mi fermò, sapendo che avevo per vari anni scritto cronache sul settimanale La Voce ed anche varie memorie; mi chiese se ricordavo com’era suddivisa la Vecchia sede Municipale, quella con l’ingresso da Piazza Matteotti. Gli piaceva pubblicare un articolo <strong>sull’ottocentesco edificio e sulle sue pubbliche funzioni</strong>.<br />
Ricordo che in un primo momento non ne ero entusiasta, ma lui insistendo mi convinse a spremere le meningi: invece non ci misi molto a tirare fuori una descrizione ed anche delle immagini. Da allora per ogni numero della rivista ho potuto inviare qualcosa di bastiolo da ricordare, che lui ha pubblicato sulla sezione HISTORY. Ma ora debbo ricordare come è sorta quella grossa costruzione che oggi possiamo chiamare Nuova sede Municipale.</p>
<p>Nel 1960 Francesco Giontella, già Sindaco di Bastia Umbra dal 1952, oltre a svariate realizzazioni delle sue amministrazioni, si era messo in testa che in paese ci volesse una nuova sede per il Comune, più visibile dell’altra, più spaziosa, con tanti uffici strutturati per i vari settori tecnici e amministrativi, una bella Sala del Consiglio e un Ingresso imponente. Adesso ricordiamo dove il Sindaco aveva messo gli occhi. Nel ‘61 la Giunta mi aveva dato incarico di effettuare sopralluoghi finalizzati alle Imposte di Consumo sui nuovi edifici e sulle ristrutturazioni, il famoso “Dazio”. Lavoro che non mi entusiasmava di certo, perché tanti modesti proprietari avevano fatto sacrifici di anni per “farsi casa” e poi, alla fine, dovevano andare in quell’ufficio a pagare il dazio.</p>
<p>Quell’<strong>Ufficio del Dazio,</strong> (insieme alla prima Sede delle Suore Spagnole, allo studio del Dentista Giannoni e alla bottega di Frutta di Palma Carinelli) era ubicato in fondo a piazza Cavour, nell’edificio del proprietario terriero Arcangelo Sciarra, ma che tutti conoscevano come “da Mastrangeli”, dal nome del fattore. Era quella grossa casa che il Sindaco ha voluto acquistare, intavolando lunghe trattative con la moglie dell’indigente Sor’Arcangelo, la tremenda Sor’Anna. Non lo avrebbe ristrutturato, bensì demolito per edificare il nuovo Palazzo del Governo Cittadino.<br />
Poi, invece, al completamento dei lavori Giontella non lo avrebbe potuto inaugurare, non essendosi ripresentato per un quarto mandato. Il progettista Ing. Antonino Bindelli si era visto bocciare dalla Soprintendenza ben due soluzioni presentate, in quanto l’Ingegnere Capo Martelli asseriva che erano di “stile ventennio”.</p>
<p>Pertanto<strong> ridisegnò l’edificio con pareti di mattoni in vista, lisce, senza alcuna movimentazione,</strong> tanto che alla fine il Sindaco si era riproposto di far realizzare qualcosa che sulla facciata attirasse l’occhio: volle un balcone con i pilastri rivestiti in travertino, ma <strong>ci voleva anche un ingresso particolare, vale a dire un’imponente cancellata.</strong> Per questo il Geometra del neonato Ufficio Tecnico Comunale un mattino venne perentoriamente convocato nell’Ufficio del Sindaco (era il più piccolo della vecchia sede), il quale gli chiese di mettersi subito all’opera per realizzare un ingresso con un cancello ornamentale di valore, adatto all’austerità del palazzo e, allo scopo, doveva prendere come riferimento quello della sua villa, che era stato disegnato dal celebre Architetto Steffenino di Torino.</p>
<p>Riportata quella tipologia sulle dimensioni dell’ingresso del municipio, approvata dal Direttore dei Lavori Ing. Prosperi, venne indetta una gara tra vari artigiani, che fu aggiudicata alla Ditta Cozzari di Ponte Nuovo di Torgiano. <strong>Al manufatto vennero applicate ventotto stelle a otto punte in ottone, oltre a due stemmi del Comune</strong>, per dare maggior risalto all’opera. Questo manufatto doveva rimanere sempre aperto durante l’orario d’ufficio e chiuso dal custode durante la notte; a distanza di pochi metri era prevista una grande vetrata.</p>
<p>Ai giorni nostri il palazzo comunale è da tempo in fase di adeguamento sismico e impiantistico e, come da tabella esposta, doveva essere terminato entro il 29 ottobre dell’anno scorso: questa data non la posso dimenticare, in quanto per me molto familiare. Invece, come si dice da noi, i lavori sono ancora “al Carissimo zio…”. Inoltre si è saputo in giro che  La cosa mi sembra svilente nei confronti di quel grande personaggio che lo ha voluto, Sindaco per tre mandati, a cui è intitolato un grande Viale, un Polo Sanitario, un Polo Commerciale e che è stato colui che ha fatto risorgere Bastia dalla tragedia della guerra dando lavoro a mille tra operaie e operai.</p>
<p>Inoltre sarebbe anche come voler trasformare l’immagine di un austero edificio in qualcosa di moderno, cosa che difficilmente potrà avvenire. Pur sembrando un problema secondario, già se ne parla in giro e non sembra di certo essere una modifica gradita ai cittadini bastioli.</p>
<p><em><br />
Nota di redazione: Articolo pubblicato sul numero di marzo 2020 di Terrenostre (<a href="https://terrenostre.info/2020/03/terrenostre-marzo-2020/">https://terrenostre.info/2020/03/terrenostre-marzo-2020/</a>)</em></p>
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		<title>Ospedalicchio e la sua gente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rino Casula]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2020 13:25:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bastia Umbra]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[bastia]]></category>
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					<description><![CDATA[Circa nell’anno Mille esisteva in questo sito un piccolo gruppo di casupole che facevano un servizio minimo per i viandanti che transitavano da Perugia verso Assisi e Foligno. Sorgeva anche una chiesetta intitolata a San Leonardo. Ospedalicchio, come La Bastia, era spesso coinvolta nelle ostilità tra Perugia e Assisi, che durarono fino alla fine del 1400 quando prese il potere]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Circa nell’anno Mille esisteva in questo sito un piccolo gruppo di casupole che facevano un servizio minimo per i viandanti che transitavano da Perugia verso Assisi e Foligno. Sorgeva anche una chiesetta intitolata a San Leonardo. Ospedalicchio, come La Bastia, era spesso coinvolta nelle ostilità tra Perugia e Assisi, che durarono fino alla fine del 1400 quando prese il potere lo Stato Pontificio</strong></p>
<p>Nella descrizione di cosa era stato l’Aeroporto di Sant’Egidio, detto anche “<em>de l’Ospedalicchio</em>”, si accennò a come Giancarlo Rinaldi, ormai Storico di questo paese, fosse stato sollecitato da Gianluca Carrozza a mettere sulla carta le sue conoscenze, tutti i suoi ricordi, gli eventi e i personaggi. Ne è scaturito un racconto molto interessante, anche per chi non è proprio del posto e per questo piace diffondere, con il permesso dell’autore, le notizie riportate nel prezioso testo intitolato <em>Come eravamo.</em></p>
<p>Circa nell’anno Mille esisteva in questo sito un piccolo gruppo di casupole che facevano un servizio minimo per i viandanti che transitavano da Perugia verso Assisi e Foligno e sorgeva anche una chiesetta intitolata a San Leonardo. Da un documento datato 1309 risulta una decisione dei Priori di Perugia di costruire un castello.</p>
<figure id="attachment_72330" aria-describedby="caption-attachment-72330" style="width: 594px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-72330" src="https://terrenostre.netdev.tech/wp-content/uploads/2020/03/ospedalicchio-storia-2.jpg" alt="" width="594" height="413" /><figcaption id="caption-attachment-72330" class="wp-caption-text">1928 &#8211; Gioco delle bocce in piazza con il parroco Don Fulvio Scialba.</figcaption></figure>
<p>Anche Ospedalicchio, come La Bastia, era spesso coinvolta nelle battaglie scaturite dalle <strong>perpetue ostilità tra Perugia e Assisi</strong>, che durarono fino alla fine del 1400 quando prese il potere lo Stato Pontificio. Intanto lentamente aumentavano gli abitanti del luogo (circa 200) e le abitazioni, che nel 1686 vennero rilevate da un primo catasto, con le singole proprietà dei terreni circostanti e i loro confini. Bisogna, però, giungere alla fine del settecento/primi dell’ottocento per definire il borgo come un paese e cogliere le caratteristiche degli abitanti. Il luogo si identificava per l’attività di ristoro e mescita del vino, sia per gli occasionali clienti che per i braccianti alla fine di una dura giornata lavorativa.</p>
<p>Un evento sempre ricordato dai fedeli del paese viene riferito ai due <strong>terribili eventi sismici del 13 gennaio 1832 e del 12 febbraio 1854</strong> dai quali, sebbene le abitazioni subirono danni, gli abitanti radunati in piazza e nelle campagne e rimasti all’addiaccio invernale in preghiera davanti all’immagine della Vergine Maria, non ebbero a patire lutti. Da allora, su iniziativa del Parroco Don Franco Picconi venne costituita la Pia Unione della Madonna della Pietà, con impegno di celebrare la ricorrenza l’ultima domenica di agosto di ogni anno, cosa che ancora avviene ai giorni nostri.</p>
<p>Nel racconto, Giancarlo descrive <strong>le svariate attività</strong> che si svolgevano a favore degli abitanti di Ospedalicchio, come rivendite di generi alimentari, botteghe di falegnami, fabbri, calzolai, che ce n’erano diversi in quanto le scarpe dovevano durare per anni, fino a inchiodare le suole sotto gli zoccoli. Agli inizi del 900 c’era la macelleria di Adolfo Caproni, detto comunemente “Bistecca”, che vendeva il castrato, l’agnello, il maiale, il pollame e qualche piccione, naturalmente tutto da smerciare in breve tempo, non essendovi la comodità dei frigoriferi. Una dinamica donna del paese, Carmela Sensi, con l’allora giovane figlio Virgilio, aprì un negozio di generi alimentari che durò quasi sino alla fine del ‘900 e vendevano il baccalà che veniva dalla Norvegia, il parmigiano, la pasta degli stabilimenti di Napoli e poi della Spigadoro, conserva, riso, tonno, alici e naturalmente pane.</p>
<figure id="attachment_72333" aria-describedby="caption-attachment-72333" style="width: 599px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-72333" src="https://terrenostre.netdev.tech/wp-content/uploads/2020/03/ospedalicchio-storia-5.jpg" alt="" width="599" height="447" /><figcaption id="caption-attachment-72333" class="wp-caption-text">1947 &#8211; Giulio Caldarelli</figcaption></figure>
<p>Nei primi tempi usava ancora la <strong>moneta di scambio costituita spesso dalle uova</strong>, con le quali si comperava zucchero e altri viveri: <em>Vado a compra’ due ova de</em> <em>zucchero</em>, dicevano le donne dell’epoca che andavano alla bottega della Carmela. C’era poi la rivendita di sali e tabacchi dei Rinaldi, passata poi ai Baldicchi, che vendevano in particolare i sigari toscani. Un aneddoto ricorda l’incontro del tabaccaio Francesco Baldicchi, detto <em>Checco de</em> <em>l’Oste</em>, con l’Arcivescovo di Perugia Gioacchino Pecci, il quale gli domandò cosa stesse facendo e lui gli rispose <em>Acapo i fagiole</em>!</p>
<p>Diversi anni dopo il Parroco don Fulvio Scialba organizzò <strong>un pellegrinaggio a Roma per l’udienza di Papa Leone XIII</strong>, che era proprio quel Gioacchino Pecci di Perugia. Questi passando tra la folla riconobbe Checco e gli disse “<em>Tu sei l’uomo che sceglieva</em> <em>i fagioli nella piazza di</em> <em>Ospedalicchio!</em>”. E lui rispose: “<em>Si Santità</em>”. Ma la piazza era ricca di presenze attive, di persone di ogni mestiere: c’era Leone Menconero, antenato di Leonello, un possidente, che con la moglie raccoglieva polli, tacchini e tante uova, che sistemava in grandi ceste per poterli trasferire ai vari mercati. Poi, per quanto riguarda i piccioni, che alla vendita dovevano figurare belli grassi, indovinate quale furbizia adottavano: per alcuni giorni li nutrivano introducendo nel becco un imbuto da dove facevano ingerire granaglie con acqua.</p>
<figure id="attachment_72331" aria-describedby="caption-attachment-72331" style="width: 374px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-72331 " src="https://terrenostre.netdev.tech/wp-content/uploads/2020/03/ospedalicchio-storia-3.jpg" alt="" width="374" height="480" /><figcaption id="caption-attachment-72331" class="wp-caption-text">1943 &#8211; Il Ten. C.C. Anselmo Rinaldi.</figcaption></figure>
<p><strong>C’erano poi <em>i Fulvie </em>di una delle famiglie Ricci Tortoioli</strong>, che avevano cavallo e carretto, vendevano all’ingrosso generi alimentari e beccalà. Poi <em>i Cenci</em>, di un altro ceppo di Ricci Tortoioli, che facevano i vetturali, cioè trasportavano per conto terzi. Si narra che due di essi, Francesco e Angelo, nel 1896 perirono per un’improvvisa piena del Tevere nella zona di Umbertide. Altra famiglia che riforniva di uova e pollame il mercato romano, era l’azienda di Sante Ricci Tortoioli col figlio Erigo, detto il <em>sor’Erigo</em> che aveva anche un aiutante detto <em>Giovanne del lepre</em>. Anche questi erano abbastanza scaltri per quanto riguardava i piccioni, che al rientro a casa venivano “intozzati” con l’imbuto da donne appositamente chiamate a mezza giornata. Appena il <em>sor’Erigo</em> giungeva con il treno a Roma, il prelibato pollame della campagna ospedalicchiese veniva venduto in un baleno, grazie a clienti ristoratori e a famiglie agiate romane. A seguitare il caseggiato dei Ricci, sull’angolo ci abitava Stefano Castellini, detto Baffone che lavorava con la sua trebbiatrice.</p>
<p><strong>C’erano poi in paese ben quattro calzolai</strong> e Salvatore Sensi aveva la bottega accanto a Baffone; anche lui con il soprannome: lo chiamavano <em>Nugolo </em>ed era il più quotato, in quanto le scarpe le faceva di sana pianta. Dopo una casa della famiglia Migni, c’erano i Malizia, i fratelli Agostino e Marzio, detto <em>Marzone</em>, agricoltori ma anche calzolai. In un gruppo di casette nell’angolo est della piazza ci abitavano i Felici. Agostino Felici aveva come discendenti Silvio, detto <em>Picchietto </em>e Guglielmo, detto <em>Chiodo</em>, che facevano i vetturali e i legnaioli, giungendo col cavallo o col mulo a fare le consegne fino anche a Perugia, ma senza fretta. Loro iniziavano dal taglio dei boschi in primavera, fino a vendere la legna tagliata a pezzi per il camino o la stufa.</p>
<p><strong>I Marioni abitavano accanto ai Felici</strong> e il capo famiglia Giuseppe faceva il falegname, succeduto dal figlio Gigetto detto il <em>Soccaro </em>perché, oltre manici per falci e roncole, preparava zoccoli dove i calzolai potevano applicare le tomaie. Anche sua moglie aveva un soprannome, la chiamavano <em>Dinda </em>ed era lei che faceva sempre girare il tornio a pedale. Fino agli anni cinquanta in quella piazza, intitolata a Bruno Buozzi dal 1946, c’era anche la scuola elementare in locali del Comune, che naturalmente erano adattati a tale uso; infatti sarà il Sindaco Giontella a far edificare un moderno edificio scolastico negli anni cinquanta.</p>
<figure id="attachment_72339" aria-describedby="caption-attachment-72339" style="width: 445px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-72339" src="https://terrenostre.netdev.tech/wp-content/uploads/2020/03/ospedalicchio-7.jpg" alt="" width="445" height="296" /><figcaption id="caption-attachment-72339" class="wp-caption-text">1962 &#8211; I fruttivendoli Enzo Cruciani e Pino Molini.</figcaption></figure>
<p>Dal testo <em>Come eravamo </em>si legge che <strong>erano pochi i ragazzini che frequentavano</strong>, in quanto i genitori si accontentavano che imparassero a leggere e a scrivere perché, anche se piccoli, li mandavano a lavorare per guadagnare qualcosa. Arrivando sul lato est della piazza non si trovava ancora la Chiesa, ma una piccola Cappella posizionata dove ora c’è la sacrestia; San Cristoforo venne eretta verso la fine dell’ottocento con il Parroco Don Emiliano Bernini. Fuori delle mura c’erano i Tosti con il capofamiglia Enrico, detto <em>Rigo de la Rosa</em>, che pure lui era calzolaio. A fianco si trovavano i Rossi, con in testa Pietro e poi il figlio Emiliano, detto <em>Millino</em>, proprietari terrieri e raccoglitori di pelli di coniglio, il cui pelo serviva per fare il feltro dei cappelli tipo Borsalino e dalle pelli intere si ricavavano stole per i cappotti. Ma raccoglievano anche stracci e tasso dalle botti per venderlo alle distillerie: quindi tanta fantasia e altrettanta attività.</p>
<p>Ora, se io continuassi a descrivere persone, soprannomi, botteghe, attività, toglierei spazio a immagini preziose forniteci dalla Biblioteca di Ospedalicchio, che il Direttore vorrà pubblicare e che i lettori del paese saranno certamente curiosi di conoscere. Forse in futuro, se ci sarà la possibilità, si potrà seguitare con altre notizie paesane.</p>
<p><em>NOTA DI REDAZIONE: Foto fornite dalla Biblioteca Fra Giacomo Paris di Ospedalicchio.</em></p>
<p>ARTICOLO PUBBLICATO SU TERRENOSTRE &#8211; NUMERO DI FEBBRAIO 2020</p>
<figure id="attachment_72329" aria-describedby="caption-attachment-72329" style="width: 602px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-72329" src="https://terrenostre.netdev.tech/wp-content/uploads/2020/03/ospedalicchio-storia-1.jpg" alt="" width="602" height="393" /><figcaption id="caption-attachment-72329" class="wp-caption-text">1915 &#8211; Gli studenti di Don Fulvio Scialba.</figcaption></figure>
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